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Martedì 09/05/2017
 
 

L’opera al Teatro Ponchielli per celebrare i 450 anni dalla nascita del musicista cremonese

 
 

Un eccellente Orfeo inaugura il Festival Monteverdi

 
 
 
     
   
       
   
 

Scelta quasi obbligata per il Festival Monteverdi inaugurare la stagione del 450° dalla nascita di Monteverdi con il suo primo capolavoro operistico e, visti gli esiti, difficilmente un’altra scelta avrebbe potuto essere più felice. Abbiamo infatti avuto modo di assistere ad uno spettacolo perfettamente riuscito sotto ogni aspetto, sia quello musicale che quello teatrale.

 
     
 

Trattandosi di una forma ancora embrionale di opera lirica, il libretto di Alessandro Striggio ha più le caratteristiche dell’allegoria che del dramma vero e proprio, ed infatti la sua definizione è “favola pastorale”. Per questo motivo ricavarne una drammaturgia che sulla scena corrisponda ai canoni moderni è impresa non semplicissima. Onore al merito quindi al regista Andrea Cigni ed allo scenografo e costumista Lorenzo Cutùli che, pur restando perfettamente nello spirito originale, sono riusciti, a creare un allestimento tanto efficace quanto esteticamente riuscito. La prima parte, quella più legata al concetto pastorale e drammaturgicamente più statica, è stata resa da un fondale di edera dietro al quale scorrevano delle videoproiezioni che rendevano l’insieme più dinamico ed accompagnavano gli essenziali ma puntuali movimenti del coro dei pastori. Ma è nella seconda parte in cui il talento dei due artefici della parte visiva si è espresso al meglio, grazie anche al perfetto progetto illuminotecnico di Fiammetta Baldisserri che, con radenti luci di taglio, è riuscita a ricreare l’atmosfera del regno degli inferi, scolpendo i corpi degli spiriti infernali con un effetto vedo/non vedo di grande suggestione. Catartico e liberatorio il luminoso finale in cui dietro al dio Apollo sospeso a metà del palcoscenico, campeggiava un dorato disco solare.

Di pari, se non di superiore livello l’aspetto musicale, magistralmente coordinato da Ottavio Dantone al clavicembalo e alla testa dell’Accademia Bizantina. Non c’è molto da aggiungere ai meriti universalmente riconosciuti a questo ensemble. Il suono era nitidissimo, perfettamente equilibrato ma allo stesso tempo ricco di pulsazioni dinamiche e di accenti espressivi. Orfeo è anche storia di passioni e sentimenti e questi, grazie alla sapiente composizione degli impasti sonori e della ricchezza cromatica, sono emersi in tutto il loro splendore.
Magistrale il coro Costanzo Porta, sia per la compattezza e l’omogeneità del suono che per la versatilità con cui ha assecondato tutte le notazioni espressive che provenivano dall’orchestra.

Ottimo il cast su cui spiccavano l’Orfeo di Emiliano Gonzalez Toro, che ha sfoggiato voce timbrata, bel colore e una solidità di mezzi che gli ha consentito di uscire a testa alta dalle impervie scene nel regno dei morti, e la brava Anna Bessi che, nel doppio ruolo della Messaggera e la Speranza, oltre a convincere per la bellezza del timbro e la grande musicalità ha trovato i giusti colori per caratterizzare al meglio i due personaggi.
Anna Maria Sarra, Euridice e la Musica, ha mostrato voce solida e una buona gestione del registro acuto, mentre Luigi de Donato si è distinto come Caronte dal volume pieno e corposo. Decisamente positive anche le prove di Gaia Petrone (Proserpina e Ninfa) e Giacomo Schiavo (Apollo e Pastore), mentre adeguato era l’apporto di Daniele Palma, Maximiliano Baños e Renato Cadel, quali pastori e spiriti infernali.

Applausi entusiastici e continue chiamate alla ribalta dei protagonisti da parte di un Teatro Ponchielli esaurito in ogni ordine. Se proprio si deve trovare un difetto a questo Orfeo è il fatto che abbia potuto replicare solo due volte. Ne avrebbe meritate molte di più.

Davide Cornacchione 6 maggio 2017

 
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